Il Mitsubishi Pajero ha attraversato la storia dell’automobile fuoristrada moderna come un filo continuo di ingegneria pratica e successi sportivi — dal lancio del primo modello all’inizio degli anni ’80 fino alla sua progressiva uscita di scena a cavallo del XXI secolo. Questo articolo, primo di una serie in due parti, ripercorre l’intera traiettoria del nome Pajero ma pone un forte accento sul periodo 1991–2000, fase in cui la “seconda generazione” ha ridefinito la gamma e in cui Mitsubishi propose una sorprendente versione cabriolet con una bella cappotta in tela — di qualità nettamente superiore rispetto a quella della prima generazione — destinata a un pubblico amante dell’avventura e della versatilità. Affronteremo la genesi tecnica, le principali versioni e serie speciali di questo periodo e spiegheremo in dettaglio il funzionamento e la manutenzione della cappotta — un punto essenziale per i lettori di cappotta-cabriolet.com alla ricerca di ricambi e accessori (copriruota di scorta pajero).

L’ingresso in scena della seconda generazione nel 1991
Contesto industriale e obiettivi di Mitsubishi
Nel gennaio 1991 Mitsubishi presenta la seconda generazione del Pajero: obiettivo dichiarato — unire vere capacità fuoristrada a un maggiore comfort su strada. Dopo quasi un decennio di carriera del primo modello (lanciato nel 1982), il costruttore giapponese evolve il Pajero per rispondere a una clientela internazionale più esigente (comfort, sicurezza, motorizzazioni moderne), mantenendo al contempo la robustezza di un telaio separato (body-on-frame) sulla maggior parte delle versioni. La strategia commerciale era chiara: contrastare le offerte di Jeep, Toyota e altri specialisti del 4×4, capitalizzando allo stesso tempo sull’immagine sportiva costruita nei rally-raid come la Dakar.
Architettura, motorizzazioni e configurazioni disponibili
La seconda generazione (generalmente identificata con i codici V20/V30/V40 a seconda dei mercati e delle carrozzerie) è stata proposta con un’ampia gamma di configurazioni: 3 porte a passo corto in versione “chiusa” o “decappottabile”, oltre alle 5 porte a passo lungo in versione wagon con tetto medio o alto. Le motorizzazioni spaziavano dal 2.5 turbodiesel 4D56 al celebre V6 6G72 (3.0), con varianti benzina da 2,4 a 3,5 litri a seconda dei mercati. L’offerta meccanica, abbinata a sospensioni riviste, mirava a migliorare sia la tenuta di strada sia le capacità in fuoristrada.
La nascita di un cabriolet e di una cappotta pratica
Poco conosciuto dal grande pubblico, il Pajero 3 porte a passo corto venne proposto in opzione “cabriolet”: una cappotta mitsubishi pajero montata su un telaio posteriore abbassabile, progettata per essere al tempo stesso impermeabile e facile da maneggiare. Questa soluzione rappresentava una risposta pragmatica al mercato in forte crescita dei 4x4 cabrio negli anni ’90. In quel periodo la domanda di veicoli 4×4 scoperti era elevata — ideali per la spiaggia, la caccia o i safari. I cataloghi tecnici dell’epoca citano esplicitamente versioni “GL Cabrio” o “V23 Cabrio” nelle gamme 1991–1994, a dimostrazione del fatto che Mitsubishi industrializzò realmente questa offerta e non si limitò a conversioni artigianali.

Il Pajero cabriolet: funzionamento della cappotta, utilizzo e manutenzione
Descrizione tecnica: com’è realizzata la cappotta Mitsubishi Pajero?
La cappotta del Pajero di seconda generazione è una costruzione composita: telo in tessuto (generalmente Alpaga), finestrature posteriori e laterali removibili e un sistema di guide e fissaggi collegato alla carrozzeria tramite un insieme meccanizzato — l’unico tetto apribile elettrico mai esistito su un 4x4 cabriolet ! Il tutto si basa su un roll-bar tubolare e una traversa posteriore con telaio, fissati mediante ganci, bottoni a pressione, cerniere lampo e fasce in Velcro. L’obiettivo era consentire un montaggio e smontaggio relativamente rapidi, garantendo al contempo impermeabilità e una rigidità laterale sufficiente per la guida in fuoristrada. I manuali di manutenzione dedicati (estratti dal manuale utente del Pajero II) descrivono in modo preciso l’ordine di smontaggio e di stivaggio per evitare pieghe e crepe nel finestrino posteriore.
Rimozione, piegatura e stivaggio: procedura pratica
Procedura tipica: aprire il lunotto posteriore e sganciare i fissaggi superiori del telaio; allentare cerniere e bottoni laterali; far scorrere la cappotta verso l’anteriore e ripiegarla su se stessa, avendo cura in precedenza di aver rimosso i due vetri laterali. Il manuale consiglia di conservare la cappotta in un luogo pulito e asciutto, indicazione ovvia ma fondamentale. Le sostituzioni moderne utilizzano materiali più resistenti ai raggi UV e alla flessione, ma il metodo di base (smontaggio nell’ordine prescritto, lubrificazione di zip e guide, controllo delle guarnizioni) resta invariato e determina la longevità della mitsubishi pajero soft top.
Componenti accessori: copriruota di scorta
L’aspetto esterno del Pajero cabriolet include spesso la ruota di scorta montata sulla porta posteriore — elemento esposto al sole e agli agenti esterni, da cui l’uso diffuso del copriruota di scorta mitsubishi pajero. Questi accessori svolgono una duplice funzione: protezione dalla corrosione ed elemento estetico (alcune edizioni limitate proponevano copriruota con logo “Super Select” o più sobriamente “Pajero”). Per i proprietari odierni sono disponibili copriruota compatibili con le carrozzerie V20/V23 presso rivenditori specializzati, accessori indispensabili per preservare pneumatico ed estetica su un veicolo a cappotta morbida.
Concorrenza, qualità e particolarità 1991–2000
Concorrenti diretti: Wrangler, Grand Vitara — confronto oggettivo
In termini di posizionamento, il Pajero cabrio corto si confrontava con due filosofie: la Jeep Wrangler (erede delle CJ, versione YJ fino al 1995 poi TJ) incarnava la soluzione “totalmente scoperta” con un’ampia offerta di accessori e una forte immagine storica statunitense; la Suzuki Vitara (dal 1988), seguita dal Grand Vitara nel 1998, offriva un’alternativa più leggera, meno ingombrante e spesso più economica. La cappotta Jeep Wrangler proponeva pannelli removibili fin dalla prima generazione Wrangler (YJ & TJ); la Vitara si distingueva per compattezza e prezzo. Il Pajero puntava invece a coniugare la robustezza di un vero telaio con il comfort dell’abitacolo, risultando superiore su strada ma più pesante e meno agile in ambito urbano rispetto ai rivali compatti.
Qualità: comfort, modularità, palmarès rally-raid
I punti di forza del Pajero 1991–1999 sono evidenti: telaio robusto, abitacolo spazioso per un passo corto, motore V6 disponibile su molti mercati e una buona affidabilità generale — motivi per cui Mitsubishi continuò a investire nelle competizioni (il reparto rally-raid alimentava direttamente l’immagine fuoristrada nel marketing). Il Pajero Evolution (omologazione stradale 1997–1999) rafforzò ulteriormente la credibilità off-road della gamma, dimostrando che la piattaforma poteva essere ottimizzata per la competizione e trasformata in valore d’immagine.
Difetti e limiti: peso, consumi, manutenzione della cappotta
Al contrario, il Pajero cabriolet presenta alcune debolezze: peso elevato (con impatto su consumi e reattività), qualità di finitura talvolta disomogenea a seconda dei mercati e una relativa fragilità delle superfici morbide (vetri in PVC che possono ingiallire o creparsi se mal conservati). I proprietari segnalano anche nel tempo piccoli problemi di infiltrazioni d’acqua — da qui l’importanza di una corretta manutenzione della cappotta mitsubishi pajero e della sostituzione periodica di guarnizioni e cinghie. Infine, la reperibilità dei componenti specifici (guide, fissaggi, lunotto) diventa più complessa su un modello datato; è qui che entrano in gioco i negozi specializzati in cappotte e accessori come quelli che producono anche il copriruota mitsubishi pajero.

Serie speciali del Pajero e aneddoti
Serie speciali ed edizioni: dalla “Super Exceed” all’Evolution
Tra il 1991 e il 2000 Mitsubishi declinò il Pajero in numerosi allestimenti: GL, GLS, Exceed e Super Exceed. La più iconica resta senza dubbio la Pajero Evolution (1997–1999): circa 2.600 esemplari stradali omologati per la competizione, comportamento inedito e un’estetica radicale (passaruota allargati, prese d’aria, sospensioni specifiche). Queste edizioni permisero a Mitsubishi di sostenere un discorso marketing orientato alle “prestazioni fuoristrada”, continuando al contempo a vendere versioni più equilibrate per le famiglie.
Aneddoti: dalla Parigi-Dakar al bagagliaio di uno sceneggiatore
La presenza del Pajero nel mondo dei rally ha generato numerosi racconti — piloti, preparatori e acquirenti ricordano che la versione corta cabriolet veniva spesso scelta dalle squadre logistiche per il suo volume utile e per la cappotta che facilitava l’accesso rapido al vano posteriore. In Europa, alcuni esemplari cabrio vennero trasformati in veicoli “lifestyle” per le zone costiere; una foto scattata nel 1993 di un Pajero soft-top sulla costa spagnola fece il giro delle brochure locali, contribuendo alla leggenda del “convertibile serio”. (Fonte: cataloghi e archivi commerciali dell’epoca.)
Visibilità nella cultura e nel cinema
Il Pajero rimane più discreto al cinema rispetto ad altri 4×4 più “iconici” come la Jeep, ma la sua silhouette — soprattutto nelle versioni Evolution e Super Exceed — appare regolarmente in reportage sulla Parigi-Dakar e in documentari automobilistici degli anni ’90. Se nessuna apparizione cinematografica di grande pubblico legata specificamente al cabriolet è universalmente riconosciuta, il Pajero è stato ampiamente fotografato dalla stampa specializzata, rafforzando la sua aura presso gli appassionati di avventura.

Scrivi commento